|
|
|
18 giugno 2008
Dove sono?
Non del tutto sparito, mi trovate su movimentoarancione.
Talvolta ripasserò di qui.
| inviato da giovannimariaruggier il 18/6/2008 alle 2:27 | |
|
|
26 marzo 2008
Come Albert Ellis concepì la terapia cognitiva.
La terapia cognitiva, prima ancora che una
teoria, è una pratica, una tecnica. Essa nacque da un atto di drastica
semplificazione dei principi della tecnica psicoterapeutica in voga negli anni
cinquanta e sessanta. Gli autori di questa semplificazione furono due
importanti terapisti americani: Albert Ellis e Aaron T. Beck. Entrambi avevano
seguito per un periodo iniziale l’orientamento psicoanalitico, ed erano rimasti
delusi da alcune raccomandazioni tecniche molto diffuse all’epoca: la
neutralità e la non direttività dell’operare terapeutico. Albert Ellis, dei due
il più pragmatico, fu il primo che intuì che, almeno con alcuni pazienti, non
era necessario attendere che il paziente sviluppasse da solo le sue capacità
introspettive, senza alcuna intromissione da parte del terapeuta. Si poteva
intervenire prima, incalzare il paziente, guidarlo con mano più sicura e
indicare il problema psichico. Ellis, nato a Pittsburgh nel 1913, lavorava come
terapeuta di indirizzo psicoanalitico dalla seconda metà degli anni ’40. Si
formò presso il Karen Horney Institute, dove si sottopose ad analisi e fu
seguito in supervisione. Conclusa la formazione, si specializzò nel trattamento
dei problemi sessuali e di coppia.
Anni dopo Ellis, in uno dei suoi libri più
famosi, raccontò quegli anni in cui egli fu psicoanalista e applicò la tecnica
psicoanalitica standard. Si trattava, come è noto, di invitare il paziente a
produrre associazioni libere a partire da sogni, e nel mantenere un costante
atteggiamento silenzioso e neutro, anche nel momento in cui il paziente non
riusciva a trovare associazioni, o peggio non aveva sogni da descrivere. In
quei casi calavano lunghi e insopportabili silenzi, in cui Ellis taceva, e
spesso il paziente si alzava dal divano, e sfidava il terapeuta con frasi
pungenti. Ellis allora reagiva interpretando il tutto come una resistenza al
cambiamento, ed anche questo atteggiamento rientrava nell’ortodossia . Il
paziente a volte rimaneva convinto, altre volte no. Chi non era per niente
convinto era lo stesso Ellis. La tecnica ortodossa lo lasciava sempre più
perplesso. Dover tacere quando, con poche domande opportunamente piazzate, si
potevano chiarire alcuni punti oscuri; dover sempre e costantemente creare un tipo
particolare di relazione (la cosiddetta relazione di transfert) con il paziente
che voleva essere neutrale e distaccata, ma che finiva per essere
oggettivamente difficile, penosa e a tratti provocatoria; assistere alla scarsa
efficacia degli interventi di interpretazione cosiddetta profonda, per lo più
centrati sugli accadimenti dell’infanzia e sulla relazione con i genitori;
tutto questo rendeva Ellis sempre più scettico e insoddisfatto.
A questo punto, Ellis passò a una tecnica meno
ortodossa. Una tecnica per la verità non originale, a dimostrazione del fatto
che certe insoddisfazioni già circolavano da anni e già avevano prodotto delle
rotture nel tessuto ortodosso della psicoanalisi. Questa tecnica meno rigorosa
e profonda era denominata psicoterapia ad orientamento psicoanalitico. Questa
tecnica permetteva un atteggiamento più attivo e direttivo al terapeuta, non
prevedeva il lettino ma una più comoda e colloquiale posizione faccia a faccia,
non obbligava il paziente al ritmo intenso di 4 o 5 sedute settimanali per
anni, ma ne permetteva anche solo 1
a 2 e anche solo per alcuni mesi, non era focalizzata
solo sul passato e sull’infanzia ma prevedeva anche l’analisi e il trattamento
dei problemi quotidiani con strumenti applicabili sul momento. E così via. Con
grande sorpresa di Ellis, questa tecnica, definita teoricamente più
superficiale, produceva risultati molto più incisivi e duraturi. Eppure Ellis
rimaneva solo parzialmente soddisfatto
Il distacco dalla psicoanalisi avvenne nel
gennaio 1953, quando egli iniziò ad autodefinirsi terapeuta razionale
(rational therapist). Dal 1955, con la pubblicazione del saggio New
approches to psychoterapy techniques, denominò il suo nuovo approccio Rational
Therapy (RT). La denominazione verrà successivamente modificata in
Rational-Emotive Therapy (RET) ed infine in Rational Emotive Behavior
Therapy (REBT).
Ellis, quindi, dopo alcuni tentativi nel ’53
era diventato più attivo e direttivo in seduta, e soprattutto aveva iniziato a
definirsi terapeuta razionale. Che significava? Che cosa era successo? Era
successo che era nato il modello classico del trattamento cognitivo. Modello
che concettualizzava la mente come un elaboratore di informazioni e l’attività
mentale come un insieme di conoscenze. Per il terapeuta cognitivo la mente è,
dunque, prima di tutto gestione di informazioni,
pensiero.
A prima vista, concepire le mente
come pensiero può sembrare tautologico e perfino banale. Ma a volte, idee
semplici sono la soluzione a lungo cercata, come la lettera di Poe nascosta a
tutti perché sotto gli occhi di tutti. Infatti la mente può essere concepita in
altri modi, che sottolineino aspetti differenti dall’elaborazione delle
informazioni.
Per esempio possiamo
concepire la mente come luogo degli istinti e/o pulsioni, stati mentali
irrazionali che sono quasi realtà a sé e non sono rappresentazioni elaborate e
simboliche della realtà. Seguendo questa direzione, si può arrivare a concepire
anche le funzioni superiori della mente possono
essere concepite non come elaborazioni, ma in maniera diversa. Ad esempio in
Anna Freud le
funzioni superiori dell’io sono definite non come facoltà elaborative, ma come
“difese”. Utilizzando alcuni processi di pensiero, L’io si difenderebbe dalla
realtà e dagli istinti piuttosto che elaborarli. Oppure
possiamo concepire la mente come un luogo di percezioni e di stati emotivi, una
realtà soprattutto fenomenica ed esistenziale. Lo stato mentale è un vissuto
emotivo/percettivo. Di qui si arriva alla psicoterapia umanistica.
In
realtà Ellis non si limita a concepire la mente come elaboratore di
informazioni. Egli è il primo ad ammettere che anche gli altri indirizzi
psicoterapeutici in fondo accettavano questa impostazione. La vera innovazione
tecnica di Ellis è che egli sottolinea le potenti proprietà di una specifica
funzione della mente, l’elaborazione esplicita e razionale degli stati mentali.
Proprietà che possono essere al tempo stesso patogene e terapeutiche.
Quando
iniziò ad allontanarsi dalla tecnica analitica neutrale Ellis, con molta
sottigliezza, notò che psicoanalisi e comportamentismo avevano molto in comune.
In particolare entrambi questi indirizzi concepivano la sofferenza mentale come
uno stato appreso in una situazione di incoscienza, le esperienze infantili
precoci in un caso e il condizionamento comportamentale nell’altro e che sempre
inconsciamente continuavano a condizionare il comportamento e lo stato emotivo
degli individui e soprattutto dei pazienti. Ellis
rovescia questa impostazione e sostiene che invece la sofferenza mentale non
dipende da stati mentali inconsci e pregressi, ma da elaborazioni verbali
esplicite che il soggetto si auto-infligge non inconsapevolmente (seppure con
un certo quale automatismo) dandone per scontato il valore di verità, la
razionalità. Ellis svaluta quindi tutta la porzione non esplicita e
verbalizzata dell’elaborazione mentale, sostenendo che è proprio la componente
esplicita l’elemento responsabile della sofferenza emotiva.
La componente effettivamente
terapeutica del trattamento diventa quindi l’esplorazione delle “sciocche
frasi” (Ellis, Ragione ed Emozione in Psicoterapia, 1962, tr. it. 1989, pg.
38). La patologia è generata da queste piccole frasi, istruzioni
auto-somministrate e che generano sofferenza sul momento. Quindi non si tratta
più di andare a cercare le cause lontane della sofferenza, ma le cause
immediate, presenti ed agenti qui ed ora. Così si esprime la paziente descritta
da Ellis: “Ogni qual volta mi scopro ad avere dei sensi di colpa o un
turbamento, penso immediatamente che la causa di questo turbamento debba essere
una sciocca frase che sto dicendo a me stessa…”
Queste piccole sciocche frasi hanno
una ulteriore particolarità. Esse non sono focalizzate sugli eventi in corso e
sul loro rapporto con lo stato emotivo del soggetto. Hanno piuttosto l’aspetto
di regole e definizioni, si tratta spesso di asserzioni prescrittivi e/o
normative, in cui il soggetto dice a se stesso non tanto quanto è razionalmente
fondato lo stato emotivo che egli sta provando, ma quanto a congruente a una
astratta norma che prescrive come dovrebbe andare il mondo, o come si dovrebbe
essere e quali emozioni si dovrebbe provare. Il soggetto, insomma, si
auto-suggestiona negativamente, convincendosi che il mondo non va come dovrebbe
andare, o che egli non si sta comportando nel modo in cui dovrebbe o peggio che
non sta provando le emozioni che dovrebbe provare.
Per Ellis il valore patologico di
questo tipo di etichettature e indottrinamenti è centrale e spiega anche il
valore centrale che egli conferisce all’attività mentale cosciente. Per Ellis
ciò che cristallizza e irrigidisce in un modello ripetitivo la sofferenza
emotiva, trasformandola in un vero proprio disturbo psichico, è la capacità di
soffrire non tanto per percezioni provenienti dal mondo esterno o per pulsioni
inconsce, ma in seguito a schemi consapevolmente attivati che conferiscono un
significato generale (o definizionale, per usare la terminologia di
Ellis) alle esperienze mentali.
Gli esempi riportati da Ellis sono
illuminanti. Si può provare colpa anche se non c’è nessuno che ci rimprovera
perché ormai abbiamo etichettato alcune azioni come riprovevoli e capaci di
generare disapprovazione in qualcuno a cui teniamo, come i nostri genitori. Si può
decidere di partecipare a una azione collettiva che in sé ci porta rischio o
danno, perché una eventuale assenza sarebbe valutata negativamente non solo
dagli altri, ma in primo luogo da noi. Riteniamo che una certa emozione di
paura sia sgradevole non solo in sé, ma anche per il significato che le
forniamo: ad esempio valutandola come un segno di debolezza. In particolare è
proprio questo ultimo tipo di asserzioni che, per Ellis, sono quelle capaci di
generare la maggiore sofferenza. Le asserzioni mediante le quali valutiamo un
certo stato d’animo come giusto o errato.
A questo punto ci si chiede perché questa
attività mentale genera tanta sofferenza. La risposta di Ellis è semplice, e
segue il suo stile pragmatico, poco interessato alla speculazione teorica. Per
Ellis l’uomo, otre che razionale, è un essere anche altamente irrazionale.
L’elaborazione superiore di tipo simbolico–concettuale offre all’uomo una serie
di vantaggi, ma anche di svantaggi. In particolare, crea quelli che Ellis
chiama bisogni definizionali, che sono una serie di norme prescrittive
in sé irrazionali, o meglio disfunzionali, a causa delle quali gli individui
perdono di vista i loro bisogni più semplici e concreti e iniziano a
tormentarsi ossessivamente, regolando il proprio stato emotivo non più in base
ai propri bisogni più funzionali, ma in base al grado di adesione a queste
norme.
La terapia cognitiva, quindi, diventa
l’esplorazione degli stati emotivi che accadono nel presente e non in un
lontano passato, e la ricerca di queste piccole, sciocche frasi che
condizionano negativamente la vita del paziente, generando la sofferenza
emotiva.
Beck,
A. T., Rush, A. J., Shaw, B. F., & Emery, G. (1979). Cognitive therapy
of depression. New York: Guilford Press.
Ellis, A.
(1962). Reason and emotion in psychotherapy. New York: Lyle Stuart.
Leahy, R. L.
(2003). Cognitive therapy techniques: A practitioner's guide. New York: Guilford Press.
| inviato da giovannimariaruggier il 26/3/2008 alle 15:58 | |
|
|
19 marzo 2008
Dualismi e monismi della mente
Quanto
scritto finora può essere interpretato sia come una conferma dell’armonia tra
le varie funzioni delle diverse modalità del pensiero, sia come un indizio
delle barriere interne e delle dualità del pensiero. Una possibile interazione
non significa che questa avvenga sempre e infallibilmente e in ogni modo. Frijda
(1994) sottolinea come le emozioni, oltre che funzionali, possano essere anche
disfunzionali, e questo proprio per un difetto del sistema, che non può essere
ritenuto infallibile nel suo funzionamento. È piuttosto vero che questa
interazione avvenga sempre faticosamente e con difficoltà. Insomma ce ne è
abbastanza per sottolineare i dualismi della mente.
Frijda
(1994). Emotions are functional, most of time. In P. Ekman and R.J.
Davidson (Eds.), The Nature of Emotion, 112-122. New York, Oxford: Oxford University
Press.
| inviato da giovannimariaruggier il 19/3/2008 alle 2:9 | |
|
|
21 gennaio 2008
Le infelicità del distacco emotivo
Il distacco emotivo offerto dalla
posizione critica e analitica della coscienza ha il suo rovescio. L’isolamento
neurofisiologico del sistema cognitivo-verbale permette la gestione razionale
delle emozioni, poiché conferisce alle persone la possibilità di considerare
non impulsivamente qual è la risposta più appropriata a una determinata
situazione. Questo è particolarmente evidente nel caso di una situazione
problematica con possibili conseguenze negative. In questo caso il soggetto si
pone in uno stato di preoccupazione rimuginativi in cui il pensiero sarebbe
prevalentemente verbale-astratto, con scarso coinvolgimento dell’immaginazione
visiva, che è invece molto più carica emotivamente (Freeston, Dugas e Ladoucer,
1996; Molina, Borkovec e Peasley, 1998). Vrana, Cuthbert e Lang (1986) hanno
dimostrato che il pensiero verbale stimola una risposta cardiovascolare molto
meno forte dell’immaginazione visiva vivida. La verbalizzazione è sicuramente
una strategia cognitiva di gestione e di disimpegno da materiale emozionale
troppo carico (Tucker e Newman, 1981).
Tuttavia
lo stato di inibizione protratta della processazione emozionale determinerebbe,
a lungo andare, una persistenza delle stesse emozioni sgradevoli. Questo stato
di inibizione protratta dell’attivazione emotiva sarebbe caratterizzato da un
pensiero verbale astratto in realtà povero e non produttivo, in cui il soggetto
non sa andare oltre la ripetizione mentale persistente dei termini del
problema, che produce l’incapacità di scegliere con decisione un piano
operativo di risposta al problema.
Insomma, l’inibizione dell’attivazione
emotiva determina un livello insufficiente di concretezza (Eysenck, 1992;
Stöber e Borkovec, 2002) e conseguente incapacità di reagire (Schönpflug,
1989). In esso prevalgono valutazioni di tipo verbale astratto, mentre
l'immaginazione visiva di scenari dinamici è quantitativamente meno presente
(Borkovec e Inz, 1990).
Freeston,
M.H., Dugas, M.J., e Ladoucer, R. (1996). Thoughts, Images, Worry, and
Anxiety.. Cognitive Therapy and Research, 20, 265-273.
Molina, S.,
Borkovec, T.D., e Peasley, (1998). Content analysis of worrisome streams of counsciousness in anxious and
dysphoric participants. Cognitive Therapy and Research, 22, 109-123.
Vrana, S.R., Cuthbert, B.N., e Lang,
P.J. (1986). Fear imagery and text processing. Psychophysiology, 23, 247-253.
Tucker, D.M. e Newman, J.P. (1981). Verbal versus imaginal cognitive cognitive
strategies in the inhibition of emotional arousal. Cognitive Therapy and
Research, 5, 197-202.
Eysenck, M.W. (1992). Anxiety. The
Cognitive Perspective. Hove, UK: Lawrence Erlbaum Associates LTD.
Stöber, J. e Borkovec, T.D. (2002).
Reduced concreteness of worry in generalized anxiety disorder: Findings from a
therapy study. Cognitive Therapy and Research, 26, 89-96.
Schönpflug, W. (1989). Anxiety,
worry, prospective orientation, and prevention. In C.D. Spielberger e I.G.
Sarason (Eds.), Stress and Anxiety (pp. 245-258). Washington, DC: Hemisphere.
Borkovec,
T.D., e Inz, J. (1990). The
nature of worry in generalized anxiety disorder: A predominance of thought
activity. Behaviour Research and Therapy, 28, 153-158.
| inviato da giovannimariaruggier il 21/1/2008 alle 17:21 | |
|
|
29 dicembre 2007
Metacognizione e conservatorismo
La
metacognizione, ho già scritto altrove, è la capacità umana di comprendere e
riflettere sui propri e altrui stati mentali. Essa è attitudine conservatrice,
poiché presuppone uno scarto tra coscienza e mente, e tra mente e corpo. Uno
scarto che genera una tensione, in cui le forze della ragione e della saggezza
svolgono un ruolo di sorveglianza e di educazione, e quindi di conservazione.
La metacognizione è la mente che osserva e conosce, rispettosa e curiosa, se
stessa e quel corpo cui è connessa, e che tende a una alta, ma anche realistica,
educazione di se stessa e del corpo. E' la repulsione di ogni calcolo
razionalistico, di ogni pretesa di modificarsi a piacimento, secondo le
illusorie costruzioni a cui può indulgere la capacità rappresentativa
volontaria e consapevole, quando obbedisce a principi astrattamente giusti. E'
l'indagine ragionevole dei propri stati d'animo nativi e della loro connessione
con la natura del mondo e non l'imposizione di una razionalità calcolatoria
esterna. E' accettazione di se stessi, ma senza indulgenza, essendo anche
consapevolezza che questi stessi stati d'animo nativi necessitano di briglie e
di controllo, anch'essi naturali. E' un continuo additare a se stessi quel
miglioramento cui dobbiamo aspirare, ma sapendo che tale miglioramento non è,
in verità, di questa terra, poichè il nostro è il regno del maligno, come ben
sapevano Cristo, Machiavelli e Prezzolini. E' conoscenza della debolezza
dell'animo umano, ma senza abbandono alla disperazione sadica, come avviene in
certi esercizi degli allievi più sadici del Machiavelli. E' consapevolezza
della forza del forte, ma consapevolezza che non aspira a innalzarsi a diritto.
E' realismo, che però sa volgersi ad illusioni. La metacognizione è certamente
il Conosci Te Stesso all'ingresso di Delfi, ma quel Conosci non basta. La
metacognizione è qualcosa di più. E' comprendere e vivere, non solo conoscere.
E' Pietro, che conosce se stesso tradendo Cristo tre volte. La metacognizione è
quindi la mente che conosce la carne e che della carne si nutre in sacrificio
perenne. E dualismo che tende all'unità, ma preservando il dualismo, ed è
quindi somma di uno e due in tre, unità dualistica tramutantesi in Trinità. E'
sapere di non sapere, ma ancor di più è cattolica Dotta Ignoranza, come scritto
dal Cusano, vescovo di Bressanone.
| inviato da giovannimariaruggier il 29/12/2007 alle 3:14 | |
|
|
27 dicembre 2007
Razionalità limitata e metacognizione
È
possibile che la nozione di razionalità limitata sia di aiuto per comprendere la
cosiddetta attività metacognitiva, paroletta un po’ tronfia che indica la facoltà della mente di fare non solo ipotesi su stessa, ma anche di nutrire
su se stessa illusioni, desideri, aspettative, e di provare delusione, o
perfino di essere annoiata, seccata di se stessa. È un fatto che può capitarci
di essere delusi di noi stessi, oppure può capitarci di essere fieri di noi
stessi. E soprattutto può capitarci di nutrire delle speranze, speranze non
solo di accadimenti esterni, ma speranze di avvenimenti interiori. Speriamo di
cambiare un tratto del nostro carattere, un nostro modo di fare o di sentire.
Tutto questo implica che la mente non si conosce, non è del tutto trasparente a
se stessa. Non conosciamo se non a grandi linee i nostri talenti, non sappiamo
come reagiremo emotivamente a una certa situazione. Le nostre reazioni possono
sorprenderci. Una certa situazione ci coinvolge molto di più di quel che aspettavamo,
o al contrario possiamo rimanere freddi e annoiati di fronte a qualcosa che
ritenevamo interessante. Insomma, la mente non conosce del tutto se stssa, e
quindi costruisce ipotesi su stessa. Ipotesi spesso erronee, mal calibrate,
astratte, come tutte le ipotesi. Tra tutti, l’errore più frequente è la
sottovalutazione delle proprie reazioni emotive. La mente, spesso, scambia un
calcolo razionale per un dato acquisito dall’esperienza. Ritiene che un
ragionamento effettuato meccanicamente possa sostituire una esperienza di
apprendimento, che è invece un processo lento e complesso e nono solo
razionale, ma anche emotivo.
| inviato da giovannimariaruggier il 27/12/2007 alle 9:56 | |
|
|
10 dicembre 2007
Razionalità limitata della mente e razionalità illimitata della coscienza
Il
modello di Simon ci dà un suggerimento su quella che è la possibile funzione
della coscienza. La coscienza svolge una funzione di controllo retroattivo (feedback). Ora, per svolgere questa sua
funzione di controllo retroattivo, essa produce modelli rappresentativi della
realtà e piani di azione che potrebbero, anzi che possono non obbedire al
principio della razionalità limitata. La coscienza, potendo rappresentare la
realtà senza alcun vincolo, ha la possibilità di immaginare scenari non
sottoposti ai vincoli –sia esterni che interiori- della razionalità reale. È
una razionalità virtuale e assoluta, non limitata, priva di vincoli.
Plausibilmente gli errori di molto razionalismo astratto possono essere stati
generati proprio da questa facoltà della mente cosciente e rappresentativa. La
possibilità virtuale di poter immaginare
l’inimmaginabile. Di qui la propensione se vogliamo super-omistica della
attività cosciente. D’altro canto, è naturale che una facoltà mentale preposta
alla revisione critica della realtà di fatto dovesse godere della possibilità
di andare, sia pure solo virtualmente, oltre i vincoli della realtà di fatto.
È
superfluo notare come tutto questo crei le condizioni per un’altra lacerazione.
Da una parte la razionalità reale, che è, appunto, vincolata. Dall’altra, la
capacità immaginativa con la quale possiamo virtualmente infrangere ogni
limite, sia esterno che interno. Possiamo immaginare quel che vogliamo e niente
e nessuno può impedircelo. Tuttavia, questa possibilità ha un valore non solo
positivo, ma anche negativo. Gli scenari che immaginiamo nel chiuso della
nostra mente spesso peccano di un peculiare distacco dalla realtà, e
soprattutto dalla stessa realtà interiore in cui nascono. Sull’onda
dell’entusiasmo speso scambiamo uno stato d’animo passeggero per un cambiamento
definitivo della nostra natura, e promettiamo imprudentemente che mai, mai più
proveremo un certo sentimento squallido o volgare, o riteniamo di avere ormai
superato certe disposizioni dell’animo che sono a noi stessi sgradevoli, come
l’odio o l’invidia o la ghiottoneria, o quel che volete.
| inviato da giovannimariaruggier il 10/12/2007 alle 0:43 | |
|
|
5 dicembre 2007
Sulla razionalità vincolata o limitata di H. A. Simon
Il modello della di razionalità vincolata o limitata
di Herbert A. Simon si propone di dimostrare che per l’individuo le ragioni per
credere o agire possono apparire buone non perché siano o debbano essere
oggettivamente fondate: basta che siano soggettivamente considerate come
valide. Questa è "semplicemente l'idea che le
scelte che gli individui gli individui fanno sono determinate non soltanto da
certi fini coerenti a delle proprietà del mondo esterno, ma anche dalla
conoscenza che i decisori hanno e non hanno del mondo, dalla loro capacità o
incapacità di richiamare questa conoscenza quando è rilevante, di valutare le
conseguenze delle loro azioni, di trattare con l'incertezza, e di scegliere tra
i molti bisogni in competizione".
La
razionalità è vincolata perché tutte queste capacità sono limitate. La
differenza fondamentale tra il concetto di razionalità limitata e la visione
classica della razionalità, quella della teoria dell'utilità attesa di von Neumann, Morgenstern, Savage,
Friedman, Harsanyi,
e altri, è che la quella classica considera soltanto i vincoli esterni
all'azione umana: i vincoli di risorse e di informazione disponibili per il
soggetto. La razionalità limitata di Simon considera invece fondamentali i
vincoli interni: le limitazioni della capacità di calcolo e della capacità di
memoria.
La
domanda è: come si presentano alla coscienza questi limiti interni?
Plausibilmente non si presentano in forma di messaggi espliciti e informativi,
come può essere il messaggio che appare sullo schermo di un computer che
informa l’utente che vi è un problema di memoria. Si presenterebbero in forma
di stati emotivi problematici. Insomma, emozioni.
Simon, H. A. (1997). Models of Bounded Rationality, Volume 1: Economic
Analysis and Public Policy. Massachusets Institue of Technology.
Simon, H. A. (1997). Models of
Bounded Rationality, Volume 2: Behavioral Economics and Business Organization.
Massachusets Institue of Technology.
Simon, H. A. (1997). Models of Bounded Rationality, Volume 3: Empirically
Grounded Economic Reason. Massachusets Institue of Technology.
| inviato da giovannimariaruggier il 5/12/2007 alle 13:46 | |
|
|
21 novembre 2007
Calcolo e deliberazione
L’esistenza delle
calcolatrici, di macchine in grado di eseguire calcoli matematici ponendo in
moto ingranaggi meccanici, getta un ponte tra i mondi, apparentemente separati,
del ragionamento logico e della materia fisica. Oggetti fisici complessi, le macchine,
sono in grado non solo di produrre movimento o di modificare la materia stessa,
ma anche di eseguire calcoli, cioè ragionamenti. Con il che sembrerebbe di
avere distrutto ogni separazione tra mondo delle idee e materia. Questa
considerazione pone anche il problema: e la coscienza? Se la mente non è altro
che una enorme macchina calcolatoria, che utilizza sofisticatissimi ingranaggi
meccanici, elettrici e biochimici, la coscienza che ruolo ha? È un epifenomeno,
oppure presidia una classe ben determinata di eventi mentali? A me pare che,
tenendo ben ferma la connessione tra coscienza e libero arbitrio, una delle
funzioni della coscienza sia proprio la possibilità di effettuare delle
operazioni che implichino una sfasatura tra materia e mondo delle idee. Una di
queste è la possibilità di costituire relazioni semantiche, connessioni tra
elementi differenti in cui uno sia considerato segno e l’altro senso. Solo un
atto di coscienza deliberata potrebbe compiere questa operazione. Non certo gli
stati percettivi e/o emotivi non deliberati. Lì c’è la produzione (non
deliberata, sebbene influenzabile per via indiretta) di uno stato mentale che è
indice di una valutazione cognitiva vaga e confusa, non una rappresentazione complessa
costituita di segni sintatticamente articolati. La sintassi dei segni,
obbediente a regole, è un calcolo, e in quanto tale non deliberabile, non sottoposto
a libero arbitrio, ma l’attribuzione di significato ai singoli segni è
arbitraria, e quindi libera.
| inviato da giovannimariaruggier il 21/11/2007 alle 17:54 | |
|
|
21 novembre 2007
Rassegnati, amico mio
Mi ero ripromesso
di non commentare più gli interventi di qualcuno che qui cito senza nominare.
Qualcuno che scrive molto bene, e che è ancor più bravo nel polemizzare, e che
proprio per questa sua bravura merita sempre di essere letto e meditato, malgrado
alcuni suoi limiti caratteriali: è un tipo un po’ piagnucoloso, nonostante le
apparenze.
Eppure violo
la mia stessa regola e commento brevemente questa piccola frase del nostro: “parlo del segno
che testimonia quanto male ci abbia fatto la cosiddetta morale cattolica: ha
inquinato irreparabilmente la bellezza dell’egoismo, ha inflitto all’individuo
un incantesimo maligno e l’ha chiamato solitudine, ma era un bando di esilio e
di emarginazione, almeno in forma di minaccia.” Sintetizzo questa frase prolissa
in una più breve sentenza: “La morale cattolica ha inquinato la bellezza
dell’egoismo”.
Tranquilli, non mi
lancio in noiose confutazioni, corredate di spudorate citazioni goffamente
colte. Anzi, ammetto la verità. Quel che dice l’innominato autore è totalmente
vero. Non originale, ma vero. Se ne discute ormai da due secoli, almeno da
quando quello che filosofava con il martello ne parlò tra i primi. E dunque?
La risposta è
semplice (e, a sua volta, non originale), ed è questa. È vero che l’uomo, quando cerca di redimersi dalla sua
violenza, diventa (anche) un esserino male in arnese, tremulo e indefinito. Purtroppo il poco o tanto male che facciamo ci
caratterizza più di tutto il bene che tentiamo di mettere insieme
faticosamente. Liberarsi del tutto della nostra violenza interiore è difficile,
e nel tentativo spesso diventiamo ridicoli ed ipocriti.
Detto questo, però, è anche
vero che ormai questa tensione al bene, più o meno ipocritamente cattolica ormai ci è penetrata nelle ossa. Oggi un Alessandro
farebbe la figura del fanatico massacratore e non dell’eroe. Tanto più
diventa impresentabile la supposta cattiveria di un Malvino (alla fine ho pronunciato il vago nome). Un ginecologo napoletano,
probabilmente incapace di fare del male a una mosca, probabilmente incapace di
mettere piede nei quartieri napoletani dove il paganesimo e la camorra ancora
imperano inaffrontati, un dolcissimo borghese la cui violenza inizia e finisce
nelle paroline che scrive così bene. Insomma costui fa un po’ ridere quando
si lamenta del cattolicesimo che gli avrebbe spento la primigenia bellezza
dell’egoismo. Non ti preoccupare, Malvino, saresti stato un povero Cristo come
tutti noi (me per primo) anche se avesse vinto il paganesimo. Rassegnati alla
mediocrità borghese e cristiana dell’occidente moderno.
| inviato da giovannimariaruggier il 21/11/2007 alle 14:20 | |
|
|
15 novembre 2007
Sulla bipartizione dell'anima/mente
L’errore
di Platone non è stato concepire due cavalli aggiogati al carro nella sua
immagine dell'anima umana. Lo si è rimproverato di avere, in questo modo,
contribuito a lacerare l’unità della mente e dell’anima umana. In realtà,
Platone era nel giusto. I due cavalli ci sono e sono differenti, e inoltre
effettivamente a volte non vanno nella stessa direzione, sicché l’auriga deve
affaticarsi per mantenere la rotta. Il suo errore è stato semmai la mancata
comprensione delle differenti funzioni e della pari dignità dei due cavalli. Il
cavallo bianco, in quanto immagine della Ragione, viene contrapposta al cavallo
nero, che rappresenta gli appetiti dei sensi e le credenze comuni e non
ragionate. Ma questo era un errore diffuso tra gli antichi. La filosofia
classica, compreso Aristotele, non comprende il significato positivo degli
stati affettivi. Per essa gli stati emotivi sono semplicemente errori che
sviano il retto giudizio condotto dalla ragione. Così Eraclito (Fr. 2, Diels),
Parmenide (Fr. 1, 33-37, Diels), Platone (Fed. 73a; Tim., 70°), Aristotele
(Met., I, 1, 980b 26; Et. Nic., I, 13, 1102 b 15) e soprattutto gli stoici
(Diog. L., VII, 1, 85-86). Vero è che nel secondo libro della Retorica
Aristotele intuisce la funzione positiva delle emozioni di valutazione
conoscitiva dello stato presente delle cose in rapporto ai nostri bisogni e ai
nostri desideri. Ma si tratta di un momento, in un panorama in cui prevale
l’intellettualismo classico. Si vede bene come il supposto antidualismo degli
antichi non produca affatto una armonia per noi perduta e migliore della nostra
altrettanto supposta moderna miseria. Al contrario, la concezione monistica degli antichi
finisce per generare un completo misconoscimento della parte più umana della
vita interiore: gli affetti. Di ciò bene se ne accorse Sant’Agostino (De Civ.
Dei, XIV, 9) criticando l’ideale stoico dell’uomo superiore perché privo di
emozioni e di affetti, non toccato da nulla. Questo ideale, scrive Agostino, è
non solo disumano, ma impossibile perché corrisponderebbe a un vero e proprio
istupidimento della mente e intorpidimento del corpo.
| inviato da giovannimariaruggier il 15/11/2007 alle 14:58 | |
|
|
8 novembre 2007
Ancora ragione ed emozione
Il dibattito tra
emozione e cognizione oscilla, come un pendolo, tra identificazione e
opposizione dei due poli. L’identificazione è la posizione antidualistica, e
spesso implica una concezione del mondo tendenzialmente armonica e una
aspirazione a un fiducioso abbandono alla natura, qualunque cose essa sia.
L’opposizione netta è la posizione dualistica, e altrettanto spesso conduce a
una visione drammatica, se non tragica, del mondo e della natura umana. La
risposta che diamo però può dipendere non solo dalle nostre inclinazioni, ma
anche dalla definizione che si da di emozione e cognizione. Se cognizione è
qualunque evento neurologico, comprese le percezioni sensoriali, allora tutto è
cognizione, tutto è pensiero, comprese le emozioni più immediate. Se invece
cognizione è solo il pensiero consapevole, analitico e proposizionale, allora
la contrapposizione tra emozione e cognizione sorge più spontanea. Il classico dibattito
tra Zajonc (1980, 1984) e Lazarus (1982, 1984) era anche una polemica tra
diverse definizioni oltre che tra opposte visioni del mondo. Zajonc, il
romantico, privilegiava la componente affettiva delle emozioni e le
contrapponeva al pensiero. Lazarus, l’illuminista, sottolineava l’elemento
cognitivo del sentire emotivo.
Ma l’emozione, anche nelle
sue componenti cognitive, conserva sempre un elemento di opacità. Non possiamo
chiedere all’emozione la chiarezza del pensiero descrittivo e consapevole.
L’emozione è un segnale, un messaggio interno ed esterno a un tempo, che ci
comunica il nostro stato, di soddisfazione o meno. Ma poco ci dice su che cosa
non ci soddisfa, dove abbiamo fallito, dove abbiamo mancato o dove il mondo ci
ha deluso. Servono altri canali, meno ambigui e muti. La paura può essere
paralizzante se i nostri occhi non vedono con chiarezza chi o che cosa ci
minaccia. La vergogna ci assale quando improvvisamente i nostri amici ci
deridono, ma questa vergogna è mille volte più angosciosa se noi non siamo
capaci di comprendere quale gaffe abbiamo compiuto. E, purtroppo, la vergogna poco
ci aiuta a comprendere, anzi forse ci ostacola. Le emozioni sono opache,
comunicano e nascondono, appaiono e scompaiono.
Il caso della musica
ci indica la strada per comprendere la nebbiosità dell’emozione. La musica
strumentale soprattutto, priva di parole. Ascoltiamo un motivo, perfino un
motivo volgare, una musichetta da circo, e sappiamo di provare qualcosa. Ma che
cosa, precisamente cosa, non sapremmo mai dirlo. Forse gioia, o tristezza, o
entrambe. Di una cosa sola siamo sicuri: che proviamo un moto dell’anima,
un’emozione. Ma perché, per quale motivo, in vista di cosa, e a causa di che,
questo ci sfugge. E, anche questo ci emoziona, e ci colpisce nell’animo, e
costituisce il godimento e l’insegnamento più segreti della musica. .
Qualcuno ha cercato di
spiegare questo mistero immaginando che ogni emozione proponga al contempo il
suo opposto. La gioia è tristezza, la vergogna spavalderia, la colpa
incoscienza. È una vecchia teoria di Richard Solomon (1980), e leggendola
subito ci torna in mente Socrate in carcere, liberato dalle catene e in attesa
del Messo degli Undici che gli porterà la cicuta. Disciolto dalle catene egli
prova sollievo e ne discorre con i suoi amici, e nota come piacere e dolore
siano fratelli incatenati, che si inseguono senza posa. E questo mi ricorda la
teoria di Solomon. Così come le teorie
dell’emozione mi ricordano il cavallo nero di Platone, il cavallo ribelle
all’auriga, cavallo di cui ancora parleremo.
Lazarus, R.S. (1984). On the Primacy of Cognition. American Psychologist, 39, 124-129. Lazarus, R.S. (1982). Thoughts on the Relations Between Emotion and
Cognition. American Psychologist,
37, 1019-1024. Solomon, R. (1980). The opponent-process theory of acquired motivation:
The costs of pleasure and the benefits of pain. American Psychologist, 35,
691-712.
Zanjonc, R.B. (1980). Feeling and Thinking. American Psychologist, 35, 151-175.
Zajonc, R.B. (1984). On the Primacy of Affect. American Psychologist, 39, 117-123.
| inviato da giovannimariaruggier il 8/11/2007 alle 1:37 | |
|
|
5 novembre 2007
Da Seneca ad Agostino
Ad aprile parlerò a Genova a un convegno di
psicologia. Pubblico qui il sunto del mio intervento, che dovrebbe
essere di qualche interesse per chi ha la pazienza di seguirmi. In
seguito pubblicherò l'intero mio intervento. Scusate l'inevitabile ineleganza del gergo tecnico.
L’integrazione
cognitiva delle emozioni nel paziente difficile: dal modello senechiano a
quello agostiniano in terapia cognitiva.
Il
modello classico della terapia cognitiva prevedeva che la cura dei disturbi
psicologici avvenisse attraverso la critica razionale degli stati mentali
cosiddetti distorti. Questo modello terapeutico è stato talvolta denominato
stoico (Mancini, 1998). Infatti già Seneca aveva notato che “ad opinionem
dolemus”: le nostre sofferenze dipendono dai nostri pensieri (Lettere a
Lucilio). In terapia cognitiva il paziente, come un saggio stoico, doveva
diventare capace di provare solo emozioni ragionevoli: preoccuparsi solo delle
cose che sono controllabili e rimediabili, desiderare solo ciò che è
plausibilmente ottenibile, e imparare a sopportare i mali e le sofferenze
inevitabili. Il paziente guarisce diventando “un dio mortale” (Seneca, Lettere
a Lucilio). In seguito, la riflessione sulla fenomenologia delle emozioni, sui
processi di integrazione e di padroneggiamento metacognitivo degli stati
affettivi, e sulla dinamica dei processi deliberativi hanno complicato il
quadro. I paradigmi cognitivi più recenti, pensati per la cura del paziente
cosiddetto difficile, cercano di creare nel paziente una maggiore e più
realistica consapevolezza dei suoi stati emotivi e del loro grado di
controllabilità volontaria. Al dio mortale stoico di Seneca si sostituisce
l’individuo umano, immerso nella realtà emotiva della vita quotidiana e capace
di sottile introspezione, secondo il modello delle Confessioni di
Sant’Agostino. In termini di tecnica terapeutica, questo significa prestare
più attenzione agli interventi di validazione emotiva, comprensione e accettazione e di
sostegno relazionale.
| inviato da giovannimariaruggier il 5/11/2007 alle 23:5 | |
|
|
31 ottobre 2007
Dualismi: emozione e ragione
La
natura delle emozioni è un altro dei luoghi intorno al quale si tormenta il
pensiero dell’occidente. Sospeso tra il desiderio monastico di ridurre la mente
ad un unico principio (principio ora ritenuto del tutto razionalistico,
rappresentabile con chiarezza di regole e di procedure e ragionevolmente
comunicabile, oppure impulsivo e irrazionalistico, ridotto a istinto o pura
volontà cieca e priva non solo di giustificazioni, ma di aspirazione a
giustificarsi) e il fascino del dualismo, del conflitto ora tragico ora
dialettico tra opposti principi, la concezione occidentale dell’anima e della
mente è stato ora attratta, ora respinta dagli stati emotivi.
Gli
stati emotivi non sono inconsci, e per questo non sono riducibili agli impulsi
freudiani. E tuttavia non condividono nemmeno la chiarezza solare del pensiero
computazionale, o razionale che dir si voglia. In una emozione solo il prodotto
finale, l’estuario emerge alla coscienza. Talvolta anche l’origine di una
emozione è chiara alla nostra consapevolezza. Ma mai il processo, quello non è
mai distinto. Il processo di elaborazione di una emozione non è mai un sentiero
dai confini nitidi, malgrado gli sforzi dei computazionalisti di ridurre
l’emozione a un sottotipo di ragionamento razionale, le cui differenze
qualitative con il pensiero razionale fossero solo una veste esteriore
trascurabile, priva di significato.
Non
è così semplice ridurre uno stato emotivo a un processo razionale. E’ vero che
ogni emozione è una valutazione della realtà esterno e dello stato interno del
soggetto. E, in quanto valutazione, è quindi un ragionare, un elaborare, un
soppesare che deve obbedire a regole di pensiero. Ma queste regole sono
logiche, o di diversa natura? E anche se fossero razionali, che dire del fatto
che lo stato emotivo si presenta alla coscienza come prodotto fatto e finito,
mentre il processo elaborativo rimane oscuro, almeno in prima battuta?
L’emozione
è un pensiero, ma non del tutto. È un prodotto ibrido, razionale e percettivo,
mentale e corporeo. Essa non si presenta mai come qualcosa che scegliamo deliberatamente
di sviluppare e analizzare, ma come un fatto, quasi un ente che si presenta
alla coscienza, e che è ad essa compresente. Non un suo prodotto, ma un ospite
inquietante.
Ogni
emozione, inoltre, appare come disintegrata. Le emozioni, almeno apparentemente,
a differenza dei pensieri, sono poco concatenate tra loro. Legate al presente,
al qui ed ora, esse svolgono al funzione di ricordarci ciò che vogliamo ora,
ciò che desideriamo ora, e cioò che temiamo ora, ciò che aborriamo ora. Non ci
forniscono informazioni sui nostri piani a lungo termine, sulle nostre
aspirazioni più prolungate nel tempo, sui nostri futuri, am di ciò che ne
pensiamo adesso.
Molte
tra i principali teorici dei disturbi di personalità (Peter Fonagy, Otto Kernberg,
Marsha Linehan, Antonio Semerari) sottolineano la difficoltà di integrazione
emotiva e di modulazione relazionale come una delle caratteristiche di questi
disturbi. Il che è vero, ma solo parzialmente vero. Non diamo per scontato il
processo di integrazione delle emozioni. Facciamo attenzione ai nostri processi
di integrazione e consideriamo quanto siano in realtà “innaturali”. Poiché ogni
emozione è, in sé, disintegrata.
Ci
emozioniamo per qualcosa, per un desiderio e in quel momento il passato e il
futuro scompaiono. Un uomo o una donna sono attratti da qualcuno, sessualmente
ed emotivamente, e dimenticano, almeno per un attimo, tutti i loro impegni
passati. Se cederanno, forse si pentiranno, o forse no. Ma in quel momento
conta solo quel desiderio, quella intensa emozione. Emozione che è un
ragionamento, na valutazione, ma non soltanto. È uno stato disintegrato, non
legato con i progetti e i ricordi del soggetto.
Cosa
è una emozione? L’emozione, da un punto di vista cognitivo, è una valutazione
dello stato della realtà. Ma una emozione è:
• Istantanea
• Immediata
• Non esplicita e verbale, ma percettiva e
corporea
• Operativa e motoria
• Globale, non dettagliata
Una
emozione ci da una informazione su un unico parametro del qui ed ora. Essa è
fondata certo su esperienze passate, ma solo su alcune. L’informazione emotiva
sottolinea un’unica caratteristica della situazione. Per esempio: la paura
sottolinea il pericolo. L’emozione non si presenta come discorso, ma come stati
percettivi dotati di senso cognitivo. Conseguentemente essa in sé non è
criticabile, maneggiabile, controllabile, integrabile. È altro dal pensiero. È
un polo di un universo dualistico, platonico e cristiano.
| inviato da giovannimariaruggier il 31/10/2007 alle 1:12 | |
|
|
2 ottobre 2007
Umiltà
Sempre più bigotto. Ne scrivo qui.
| inviato da giovannimariaruggier il 2/10/2007 alle 14:27 | |
|
|
29 settembre 2007
Qualcosa di bigotto
Lo scrivo qui.
| inviato da giovannimariaruggier il 29/9/2007 alle 22:8 | |
|
|
14 settembre 2007
Tra la lunga vita e la morte
Ne scrivo qui.
| inviato da giovannimariaruggier il 14/9/2007 alle 14:46 | |
|
|
7 settembre 2007
Memorie su Adriano
Le ho scritte qui.
| inviato da giovannimariaruggier il 7/9/2007 alle 0:22 | |
|
|
4 settembre 2007
Sulla psicologia dei kamikaze
Ne scrivo qui.
Kamikaze
| inviato da giovannimariaruggier il 4/9/2007 alle 17:48 | |
|
|
3 settembre 2007
Considerazioni sulla piromania e gli incendi di agosto
Le ho scritte qui.
Piromani
Incendi
| inviato da giovannimariaruggier il 3/9/2007 alle 15:43 | |
|
|
|