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18 giugno 2008

Dove sono?

Non del tutto sparito, mi trovate su movimentoarancione.

Talvolta ripasserò di qui.




permalink | inviato da giovannimariaruggier il 18/6/2008 alle 2:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

26 marzo 2008

Come Albert Ellis concepì la terapia cognitiva.

La terapia cognitiva, prima ancora che una teoria, è una pratica, una tecnica. Essa nacque da un atto di drastica semplificazione dei principi della tecnica psicoterapeutica in voga negli anni cinquanta e sessanta. Gli autori di questa semplificazione furono due importanti terapisti americani: Albert Ellis e Aaron T. Beck. Entrambi avevano seguito per un periodo iniziale l’orientamento psicoanalitico, ed erano rimasti delusi da alcune raccomandazioni tecniche molto diffuse all’epoca: la neutralità e la non direttività dell’operare terapeutico. Albert Ellis, dei due il più pragmatico, fu il primo che intuì che, almeno con alcuni pazienti, non era necessario attendere che il paziente sviluppasse da solo le sue capacità introspettive, senza alcuna intromissione da parte del terapeuta. Si poteva intervenire prima, incalzare il paziente, guidarlo con mano più sicura e indicare il problema psichico. Ellis, nato a Pittsburgh nel 1913, lavorava come terapeuta di indirizzo psicoanalitico dalla seconda metà degli anni ’40. Si formò presso il Karen Horney Institute, dove si sottopose ad analisi e fu seguito in supervisione. Conclusa la formazione, si specializzò nel trattamento dei problemi sessuali e di coppia.

Anni dopo Ellis, in uno dei suoi libri più famosi, raccontò quegli anni in cui egli fu psicoanalista e applicò la tecnica psicoanalitica standard. Si trattava, come è noto, di invitare il paziente a produrre associazioni libere a partire da sogni, e nel mantenere un costante atteggiamento silenzioso e neutro, anche nel momento in cui il paziente non riusciva a trovare associazioni, o peggio non aveva sogni da descrivere. In quei casi calavano lunghi e insopportabili silenzi, in cui Ellis taceva, e spesso il paziente si alzava dal divano, e sfidava il terapeuta con frasi pungenti. Ellis allora reagiva interpretando il tutto come una resistenza al cambiamento, ed anche questo atteggiamento rientrava nell’ortodossia . Il paziente a volte rimaneva convinto, altre volte no. Chi non era per niente convinto era lo stesso Ellis. La tecnica ortodossa lo lasciava sempre più perplesso. Dover tacere quando, con poche domande opportunamente piazzate, si potevano chiarire alcuni punti oscuri; dover sempre e costantemente creare un tipo particolare di relazione (la cosiddetta relazione di transfert) con il paziente che voleva essere neutrale e distaccata, ma che finiva per essere oggettivamente difficile, penosa e a tratti provocatoria; assistere alla scarsa efficacia degli interventi di interpretazione cosiddetta profonda, per lo più centrati sugli accadimenti dell’infanzia e sulla relazione con i genitori; tutto questo rendeva Ellis sempre più scettico e insoddisfatto.

A questo punto, Ellis passò a una tecnica meno ortodossa. Una tecnica per la verità non originale, a dimostrazione del fatto che certe insoddisfazioni già circolavano da anni e già avevano prodotto delle rotture nel tessuto ortodosso della psicoanalisi. Questa tecnica meno rigorosa e profonda era denominata psicoterapia ad orientamento psicoanalitico. Questa tecnica permetteva un atteggiamento più attivo e direttivo al terapeuta, non prevedeva il lettino ma una più comoda e colloquiale posizione faccia a faccia, non obbligava il paziente al ritmo intenso di 4 o 5 sedute settimanali per anni, ma ne permetteva anche solo 1 a 2 e anche solo per alcuni mesi, non era focalizzata solo sul passato e sull’infanzia ma prevedeva anche l’analisi e il trattamento dei problemi quotidiani con strumenti applicabili sul momento. E così via. Con grande sorpresa di Ellis, questa tecnica, definita teoricamente più superficiale, produceva risultati molto più incisivi e duraturi. Eppure Ellis rimaneva solo parzialmente soddisfatto

Il distacco dalla psicoanalisi avvenne nel gennaio 1953, quando egli iniziò ad autodefinirsi terapeuta razionale (rational therapist). Dal 1955, con la pubblicazione del saggio New approches to psychoterapy techniques, denominò il suo nuovo approccio Rational Therapy (RT). La denominazione verrà successivamente modificata in Rational-Emotive Therapy (RET) ed infine in Rational Emotive Behavior Therapy (REBT).

Ellis, quindi, dopo alcuni tentativi nel ’53 era diventato più attivo e direttivo in seduta, e soprattutto aveva iniziato a definirsi terapeuta razionale. Che significava? Che cosa era successo? Era successo che era nato il modello classico del trattamento cognitivo. Modello che concettualizzava la mente come un elaboratore di informazioni e l’attività mentale come un insieme di conoscenze. Per il terapeuta cognitivo la mente è, dunque, prima di tutto gestione di informazioni, pensiero.

A prima vista, concepire le mente come pensiero può sembrare tautologico e perfino banale. Ma a volte, idee semplici sono la soluzione a lungo cercata, come la lettera di Poe nascosta a tutti perché sotto gli occhi di tutti. Infatti la mente può essere concepita in altri modi, che sottolineino aspetti differenti dall’elaborazione delle informazioni.

Per esempio possiamo concepire la mente come luogo degli istinti e/o pulsioni, stati mentali irrazionali che sono quasi realtà a sé e non sono rappresentazioni elaborate e simboliche della realtà. Seguendo questa direzione, si può arrivare a concepire anche le funzioni superiori della mente possono essere concepite non come elaborazioni, ma in maniera diversa. Ad esempio in Anna Freud le funzioni superiori dell’io sono definite non come facoltà elaborative, ma come “difese”. Utilizzando alcuni processi di pensiero, L’io si difenderebbe dalla realtà e dagli istinti piuttosto che elaborarli. Oppure possiamo concepire la mente come un luogo di percezioni e di stati emotivi, una realtà soprattutto fenomenica ed esistenziale. Lo stato mentale è un vissuto emotivo/percettivo. Di qui si arriva alla psicoterapia umanistica.

In realtà Ellis non si limita a concepire la mente come elaboratore di informazioni. Egli è il primo ad ammettere che anche gli altri indirizzi psicoterapeutici in fondo accettavano questa impostazione. La vera innovazione tecnica di Ellis è che egli sottolinea le potenti proprietà di una specifica funzione della mente, l’elaborazione esplicita e razionale degli stati mentali. Proprietà che possono essere al tempo stesso patogene e terapeutiche.

Quando iniziò ad allontanarsi dalla tecnica analitica neutrale Ellis, con molta sottigliezza, notò che psicoanalisi e comportamentismo avevano molto in comune. In particolare entrambi questi indirizzi concepivano la sofferenza mentale come uno stato appreso in una situazione di incoscienza, le esperienze infantili precoci in un caso e il condizionamento comportamentale nell’altro e che sempre inconsciamente continuavano a condizionare il comportamento e lo stato emotivo degli individui e soprattutto dei pazienti.

Ellis rovescia questa impostazione e sostiene che invece la sofferenza mentale non dipende da stati mentali inconsci e  pregressi, ma da elaborazioni verbali esplicite che il soggetto si auto-infligge non inconsapevolmente (seppure con un certo quale automatismo) dandone per scontato il valore di verità, la razionalità. Ellis svaluta quindi tutta la porzione non esplicita e verbalizzata dell’elaborazione mentale, sostenendo che è proprio la componente esplicita l’elemento responsabile della sofferenza emotiva.

La componente effettivamente terapeutica del trattamento diventa quindi l’esplorazione delle “sciocche frasi” (Ellis, Ragione ed Emozione in Psicoterapia, 1962, tr. it. 1989, pg. 38). La patologia è generata da queste piccole frasi, istruzioni auto-somministrate e che generano sofferenza sul momento. Quindi non si tratta più di andare a cercare le cause lontane della sofferenza, ma le cause immediate, presenti ed agenti qui ed ora. Così si esprime la paziente descritta da Ellis: “Ogni qual volta mi scopro ad avere dei sensi di colpa o un turbamento, penso immediatamente che la causa di questo turbamento debba essere una sciocca frase che sto dicendo a me stessa…”

Queste piccole sciocche frasi hanno una ulteriore particolarità. Esse non sono focalizzate sugli eventi in corso e sul loro rapporto con lo stato emotivo del soggetto. Hanno piuttosto l’aspetto di regole e definizioni, si tratta spesso di asserzioni prescrittivi e/o normative, in cui il soggetto dice a se stesso non tanto quanto è razionalmente fondato lo stato emotivo che egli sta provando, ma quanto a congruente a una astratta norma che prescrive come dovrebbe andare il mondo, o come si dovrebbe essere e quali emozioni si dovrebbe provare. Il soggetto, insomma, si auto-suggestiona negativamente, convincendosi che il mondo non va come dovrebbe andare, o che egli non si sta comportando nel modo in cui dovrebbe o peggio che non sta provando le emozioni che dovrebbe provare.

Per Ellis il valore patologico di questo tipo di etichettature e indottrinamenti è centrale e spiega anche il valore centrale che egli conferisce all’attività mentale cosciente. Per Ellis ciò che cristallizza e irrigidisce in un modello ripetitivo la sofferenza emotiva, trasformandola in un vero proprio disturbo psichico, è la capacità di soffrire non tanto per percezioni provenienti dal mondo esterno o per pulsioni inconsce, ma in seguito a schemi consapevolmente attivati che conferiscono un significato generale (o definizionale, per usare la terminologia di Ellis) alle esperienze mentali.

Gli esempi riportati da Ellis sono illuminanti. Si può provare colpa anche se non c’è nessuno che ci rimprovera perché ormai abbiamo etichettato alcune azioni come riprovevoli e capaci di generare disapprovazione in qualcuno a cui teniamo, come i nostri genitori. Si può decidere di partecipare a una azione collettiva che in sé ci porta rischio o danno, perché una eventuale assenza sarebbe valutata negativamente non solo dagli altri, ma in primo luogo da noi. Riteniamo che una certa emozione di paura sia sgradevole non solo in sé, ma anche per il significato che le forniamo: ad esempio valutandola come un segno di debolezza. In particolare è proprio questo ultimo tipo di asserzioni che, per Ellis, sono quelle capaci di generare la maggiore sofferenza. Le asserzioni mediante le quali valutiamo un certo stato d’animo come giusto o errato.

A questo punto ci si chiede perché questa attività mentale genera tanta sofferenza. La risposta di Ellis è semplice, e segue il suo stile pragmatico, poco interessato alla speculazione teorica. Per Ellis l’uomo, otre che razionale, è un essere anche altamente irrazionale. L’elaborazione superiore di tipo simbolico–concettuale offre all’uomo una serie di vantaggi, ma anche di svantaggi. In particolare, crea quelli che Ellis chiama bisogni definizionali, che sono una serie di norme prescrittive in sé irrazionali, o meglio disfunzionali, a causa delle quali gli individui perdono di vista i loro bisogni più semplici e concreti e iniziano a tormentarsi ossessivamente, regolando il proprio stato emotivo non più in base ai propri bisogni più funzionali, ma in base al grado di adesione a queste norme.

La terapia cognitiva, quindi, diventa l’esplorazione degli stati emotivi che accadono nel presente e non in un lontano passato, e la ricerca di queste piccole, sciocche frasi che condizionano negativamente la vita del paziente, generando la sofferenza emotiva.

Beck, A. T., Rush, A. J., Shaw, B. F., & Emery, G. (1979). Cognitive therapy of depression. New York: Guilford Press.

Ellis, A. (1962). Reason and emotion in psychotherapy. New York: Lyle Stuart.

Leahy, R. L. (2003). Cognitive therapy techniques: A practitioner's guide. New York: Guilford Press.




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19 marzo 2008

Dualismi e monismi della mente

Quanto scritto finora può essere interpretato sia come una conferma dell’armonia tra le varie funzioni delle diverse modalità del pensiero, sia come un indizio delle barriere interne e delle dualità del pensiero. Una possibile interazione non significa che questa avvenga sempre e infallibilmente e in ogni modo. Frijda (1994) sottolinea come le emozioni, oltre che funzionali, possano essere anche disfunzionali, e questo proprio per un difetto del sistema, che non può essere ritenuto infallibile nel suo funzionamento. È piuttosto vero che questa interazione avvenga sempre faticosamente e con difficoltà. Insomma ce ne è abbastanza per sottolineare i dualismi della mente.

Frijda (1994). Emotions are functional, most of time. In P. Ekman and R.J. Davidson (Eds.), The Nature of Emotion, 112-122. New York, Oxford: Oxford University Press.




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21 gennaio 2008

Le infelicità del distacco emotivo

Il distacco emotivo offerto dalla posizione critica e analitica della coscienza ha il suo rovescio. L’isolamento neurofisiologico del sistema cognitivo-verbale permette la gestione razionale delle emozioni, poiché conferisce alle persone la possibilità di considerare non impulsivamente qual è la risposta più appropriata a una determinata situazione. Questo è particolarmente evidente nel caso di una situazione problematica con possibili conseguenze negative. In questo caso il soggetto si pone in uno stato di preoccupazione rimuginativi in cui il pensiero sarebbe prevalentemente verbale-astratto, con scarso coinvolgimento dell’immaginazione visiva, che è invece molto più carica emotivamente (Freeston, Dugas e Ladoucer, 1996; Molina, Borkovec e Peasley, 1998). Vrana, Cuthbert e Lang (1986) hanno dimostrato che il pensiero verbale stimola una risposta cardiovascolare molto meno forte dell’immaginazione visiva vivida. La verbalizzazione è sicuramente una strategia cognitiva di gestione e di disimpegno da materiale emozionale troppo carico (Tucker e Newman, 1981).

Tuttavia lo stato di inibizione protratta della processazione emozionale determinerebbe, a lungo andare, una persistenza delle stesse emozioni sgradevoli. Questo stato di inibizione protratta dell’attivazione emotiva sarebbe caratterizzato da un pensiero verbale astratto in realtà povero e non produttivo, in cui il soggetto non sa andare oltre la ripetizione mentale persistente dei termini del problema, che produce l’incapacità di scegliere con decisione un piano operativo di risposta al problema.

Insomma, l’inibizione dell’attivazione emotiva determina un livello insufficiente di concretezza (Eysenck, 1992; Stöber e Borkovec, 2002) e conseguente incapacità di reagire (Schönpflug, 1989). In esso prevalgono valutazioni di tipo verbale astratto, mentre l'immaginazione visiva di scenari dinamici è quantitativamente meno presente (Borkovec e Inz, 1990).

 

Freeston, M.H., Dugas, M.J., e Ladoucer, R. (1996). Thoughts, Images, Worry, and Anxiety.. Cognitive Therapy and Research, 20, 265-273.

Molina, S., Borkovec, T.D., e Peasley, (1998). Content analysis of worrisome streams of counsciousness in anxious and dysphoric participants. Cognitive Therapy and Research, 22, 109-123.

Vrana, S.R., Cuthbert, B.N., e Lang, P.J. (1986). Fear imagery and text processing. Psychophysiology, 23, 247-253.

Tucker, D.M. e Newman,  J.P. (1981). Verbal versus imaginal cognitive cognitive strategies in the inhibition of emotional arousal. Cognitive Therapy and Research, 5, 197-202.

Eysenck, M.W. (1992). Anxiety. The Cognitive Perspective. Hove, UK: Lawrence Erlbaum Associates LTD.

Stöber, J. e Borkovec, T.D. (2002). Reduced concreteness of worry in generalized anxiety disorder: Findings from a therapy study. Cognitive Therapy and Research, 26, 89-96.

Schönpflug, W. (1989). Anxiety, worry, prospective orientation, and prevention. In C.D. Spielberger e I.G. Sarason (Eds.), Stress and Anxiety (pp. 245-258). Washington, DC: Hemisphere.

Borkovec, T.D., e Inz, J. (1990). The nature of worry in generalized anxiety disorder: A predominance of thought activity. Behaviour Research and Therapy, 28, 153-158.




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29 dicembre 2007

Metacognizione e conservatorismo

La metacognizione, ho già scritto altrove, è la capacità umana di comprendere e riflettere sui propri e altrui stati mentali. Essa è attitudine conservatrice, poiché presuppone uno scarto tra coscienza e mente, e tra mente e corpo. Uno scarto che genera una tensione, in cui le forze della ragione e della saggezza svolgono un ruolo di sorveglianza e di educazione, e quindi di conservazione. La metacognizione è la mente che osserva e conosce, rispettosa e curiosa, se stessa e quel corpo cui è connessa, e che tende a una alta, ma anche realistica, educazione di se stessa e del corpo. E' la repulsione di ogni calcolo razionalistico, di ogni pretesa di modificarsi a piacimento, secondo le illusorie costruzioni a cui può indulgere la capacità rappresentativa volontaria e consapevole, quando obbedisce a principi astrattamente giusti. E' l'indagine ragionevole dei propri stati d'animo nativi e della loro connessione con la natura del mondo e non l'imposizione di una razionalità calcolatoria esterna. E' accettazione di se stessi, ma senza indulgenza, essendo anche consapevolezza che questi stessi stati d'animo nativi necessitano di briglie e di controllo, anch'essi naturali. E' un continuo additare a se stessi quel miglioramento cui dobbiamo aspirare, ma sapendo che tale miglioramento non è, in verità, di questa terra, poichè il nostro è il regno del maligno, come ben sapevano Cristo, Machiavelli e Prezzolini. E' conoscenza della debolezza dell'animo umano, ma senza abbandono alla disperazione sadica, come avviene in certi esercizi degli allievi più sadici del Machiavelli. E' consapevolezza della forza del forte, ma consapevolezza che non aspira a innalzarsi a diritto. E' realismo, che però sa volgersi ad illusioni. La metacognizione è certamente il Conosci Te Stesso all'ingresso di Delfi, ma quel Conosci non basta. La metacognizione è qualcosa di più. E' comprendere e vivere, non solo conoscere. E' Pietro, che conosce se stesso tradendo Cristo tre volte. La metacognizione è quindi la mente che conosce la carne e che della carne si nutre in sacrificio perenne. E dualismo che tende all'unità, ma preservando il dualismo, ed è quindi somma di uno e due in tre, unità dualistica tramutantesi in Trinità. E' sapere di non sapere, ma ancor di più è cattolica Dotta Ignoranza, come scritto dal Cusano, vescovo di Bressanone.




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27 dicembre 2007

Razionalità limitata e metacognizione

È possibile che la nozione di razionalità limitata sia di aiuto per comprendere la cosiddetta attività metacognitiva, paroletta un po’ tronfia che indica la facoltà della mente di fare non solo ipotesi su stessa, ma anche di nutrire su se stessa illusioni, desideri, aspettative, e di provare delusione, o perfino di essere annoiata, seccata di se stessa. È un fatto che può capitarci di essere delusi di noi stessi, oppure può capitarci di essere fieri di noi stessi. E soprattutto può capitarci di nutrire delle speranze, speranze non solo di accadimenti esterni, ma speranze di avvenimenti interiori. Speriamo di cambiare un tratto del nostro carattere, un nostro modo di fare o di sentire. Tutto questo implica che la mente non si conosce, non è del tutto trasparente a se stessa. Non conosciamo se non a grandi linee i nostri talenti, non sappiamo come reagiremo emotivamente a una certa situazione. Le nostre reazioni possono sorprenderci. Una certa situazione ci coinvolge molto di più di quel che aspettavamo, o al contrario possiamo rimanere freddi e annoiati di fronte a qualcosa che ritenevamo interessante. Insomma, la mente non conosce del tutto se stssa, e quindi costruisce ipotesi su stessa. Ipotesi spesso erronee, mal calibrate, astratte, come tutte le ipotesi. Tra tutti, l’errore più frequente è la sottovalutazione delle proprie reazioni emotive. La mente, spesso, scambia un calcolo razionale per un dato acquisito dall’esperienza. Ritiene che un ragionamento effettuato meccanicamente possa sostituire una esperienza di apprendimento, che è invece un processo lento e complesso e nono solo razionale, ma anche emotivo.




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10 dicembre 2007

Razionalità limitata della mente e razionalità illimitata della coscienza

Il modello di Simon ci dà un suggerimento su quella che è la possibile funzione della coscienza. La coscienza svolge una funzione di controllo retroattivo (feedback). Ora, per svolgere questa sua funzione di controllo retroattivo, essa produce modelli rappresentativi della realtà e piani di azione che potrebbero, anzi che possono non obbedire al principio della razionalità limitata. La coscienza, potendo rappresentare la realtà senza alcun vincolo, ha la possibilità di immaginare scenari non sottoposti ai vincoli –sia esterni che interiori- della razionalità reale. È una razionalità virtuale e assoluta, non limitata, priva di vincoli. Plausibilmente gli errori di molto razionalismo astratto possono essere stati generati proprio da questa facoltà della mente cosciente e rappresentativa. La possibilità virtuale di poter  immaginare l’inimmaginabile. Di qui la propensione se vogliamo super-omistica della attività cosciente. D’altro canto, è naturale che una facoltà mentale preposta alla revisione critica della realtà di fatto dovesse godere della possibilità di andare, sia pure solo virtualmente, oltre i vincoli della realtà di fatto.

È superfluo notare come tutto questo crei le condizioni per un’altra lacerazione. Da una parte la razionalità reale, che è, appunto, vincolata. Dall’altra, la capacità immaginativa con la quale possiamo virtualmente infrangere ogni limite, sia esterno che interno. Possiamo immaginare quel che vogliamo e niente e nessuno può impedircelo. Tuttavia, questa possibilità ha un valore non solo positivo, ma anche negativo. Gli scenari che immaginiamo nel chiuso della nostra mente spesso peccano di un peculiare distacco dalla realtà, e soprattutto dalla stessa realtà interiore in cui nascono. Sull’onda dell’entusiasmo speso scambiamo uno stato d’animo passeggero per un cambiamento definitivo della nostra natura, e promettiamo imprudentemente che mai, mai più proveremo un certo sentimento squallido o volgare, o riteniamo di avere ormai superato certe disposizioni dell’animo che sono a noi stessi sgradevoli, come l’odio o l’invidia o la ghiottoneria, o quel che volete.




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5 dicembre 2007

Sulla razionalità vincolata o limitata di H. A. Simon

Il modello della di razionalità vincolata o limitata di Herbert A. Simon si propone di dimostrare che per l’individuo le ragioni per credere o agire possono apparire buone non perché siano o debbano essere oggettivamente fondate: basta che siano soggettivamente considerate come valide. Questa è  "semplicemente l'idea che le scelte che gli individui gli individui fanno sono determinate non soltanto da certi fini coerenti a delle proprietà del mondo esterno, ma anche dalla conoscenza che i decisori hanno e non hanno del mondo, dalla loro capacità o incapacità di richiamare questa conoscenza quando è rilevante, di valutare le conseguenze delle loro azioni, di trattare con l'incertezza, e di scegliere tra i molti bisogni in competizione".

La razionalità è vincolata perché tutte queste capacità sono limitate. La differenza fondamentale tra il concetto di razionalità limitata e la visione classica della razionalità, quella della teoria dell'utilità attesa di von Neumann, Morgenstern, Savage, Friedman, Harsanyi, e altri, è che la quella classica considera soltanto i vincoli esterni all'azione umana: i vincoli di risorse e di informazione disponibili per il soggetto. La razionalità limitata di Simon considera invece fondamentali i vincoli interni: le limitazioni della capacità di calcolo e della capacità di memoria.

La domanda è: come si presentano alla coscienza questi limiti interni? Plausibilmente non si presentano in forma di messaggi espliciti e informativi, come può essere il messaggio che appare sullo schermo di un computer che informa l’utente che vi è un problema di memoria. Si presenterebbero in forma di stati emotivi problematici. Insomma, emozioni.

 

Simon, H. A. (1997). Models of Bounded Rationality, Volume 1: Economic Analysis and Public Policy. Massachusets Institue of Technology.

 Simon, H. A. (1997). Models of Bounded Rationality, Volume 2: Behavioral Economics and Business Organization. Massachusets Institue of Technology.

Simon, H. A. (1997). Models of Bounded Rationality, Volume 3: Empirically Grounded Economic Reason. Massachusets Institue of Technology.




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21 novembre 2007

Calcolo e deliberazione

L’esistenza delle calcolatrici, di macchine in grado di eseguire calcoli matematici ponendo in moto ingranaggi meccanici, getta un ponte tra i mondi, apparentemente separati, del ragionamento logico e della materia fisica. Oggetti fisici complessi, le macchine, sono in grado non solo di produrre movimento o di modificare la materia stessa, ma anche di eseguire calcoli, cioè ragionamenti. Con il che sembrerebbe di avere distrutto ogni separazione tra mondo delle idee e materia. Questa considerazione pone anche il problema: e la coscienza? Se la mente non è altro che una enorme macchina calcolatoria, che utilizza sofisticatissimi ingranaggi meccanici, elettrici e biochimici, la coscienza che ruolo ha? È un epifenomeno, oppure presidia una classe ben determinata di eventi mentali? A me pare che, tenendo ben ferma la connessione tra coscienza e libero arbitrio, una delle funzioni della coscienza sia proprio la possibilità di effettuare delle operazioni che implichino una sfasatura tra materia e mondo delle idee. Una di queste è la possibilità di costituire relazioni semantiche, connessioni tra elementi differenti in cui uno sia considerato segno e l’altro senso. Solo un atto di coscienza deliberata potrebbe compiere questa operazione. Non certo gli stati percettivi e/o emotivi non deliberati. Lì c’è la produzione (non deliberata, sebbene influenzabile per via indiretta) di uno stato mentale che è indice di una valutazione cognitiva vaga e confusa, non una rappresentazione complessa costituita di segni sintatticamente articolati. La sintassi dei segni, obbediente a regole, è un calcolo, e in quanto tale non deliberabile, non sottoposto a libero arbitrio, ma l’attribuzione di significato ai singoli segni è arbitraria, e quindi libera.




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21 novembre 2007

Rassegnati, amico mio

Mi ero ripromesso di non commentare più gli interventi di qualcuno che qui cito senza nominare. Qualcuno che scrive molto bene, e che è ancor più bravo nel polemizzare, e che proprio per questa sua bravura merita sempre di essere letto e meditato, malgrado alcuni suoi limiti caratteriali: è un tipo un po’ piagnucoloso, nonostante le apparenze.

Eppure violo la mia stessa regola e commento brevemente questa piccola frase del nostro: “parlo del segno che testimonia quanto male ci abbia fatto la cosiddetta morale cattolica: ha inquinato irreparabilmente la bellezza dell’egoismo, ha inflitto all’individuo un incantesimo maligno e l’ha chiamato solitudine, ma era un bando di esilio e di emarginazione, almeno in forma di minaccia.” Sintetizzo questa frase prolissa in una più breve sentenza: “La morale cattolica ha inquinato la bellezza dell’egoismo”.

Tranquilli, non mi lancio in noiose confutazioni, corredate di spudorate citazioni goffamente colte. Anzi, ammetto la verità. Quel che dice l’innominato autore è totalmente vero. Non originale, ma vero. Se ne discute ormai da due secoli, almeno da quando quello che filosofava con il martello ne parlò tra i primi. E dunque?

La risposta è semplice (e, a sua volta, non originale), ed è questa. È vero che l’uomo, quando cerca di redimersi dalla sua violenza, diventa (anche) un esserino male in arnese, tremulo e indefinito. Purtroppo il poco o tanto male che facciamo ci caratterizza più di tutto il bene che tentiamo di mettere insieme faticosamente. Liberarsi del tutto della nostra violenza interiore è difficile, e nel tentativo spesso diventiamo ridicoli ed ipocriti.

Detto questo, però, è anche vero che ormai questa tensione al bene, più o meno ipocritamente cattolica ormai ci è penetrata nelle ossa. Oggi un Alessandro farebbe la figura del fanatico massacratore e non dell’eroe. Tanto più diventa impresentabile la supposta cattiveria di un Malvino (alla fine ho pronunciato il vago nome). Un ginecologo napoletano, probabilmente incapace di fare del male a una mosca, probabilmente incapace di mettere piede nei quartieri napoletani dove il paganesimo e la camorra ancora imperano inaffrontati, un dolcissimo borghese la cui violenza inizia e finisce nelle paroline che scrive così bene. Insomma costui fa un po’ ridere quando si lamenta del cattolicesimo che gli avrebbe spento la primigenia bellezza dell’egoismo. Non ti preoccupare, Malvino, saresti stato un povero Cristo come tutti noi (me per primo) anche se avesse vinto il paganesimo. Rassegnati alla mediocrità borghese e cristiana dell’occidente moderno.




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15 novembre 2007

Sulla bipartizione dell'anima/mente

L’errore di Platone non è stato concepire due cavalli aggiogati al carro nella sua immagine dell'anima umana. Lo si è rimproverato di avere, in questo modo, contribuito a lacerare l’unità della mente e dell’anima umana. In realtà, Platone era nel giusto. I due cavalli ci sono e sono differenti, e inoltre effettivamente a volte non vanno nella stessa direzione, sicché l’auriga deve affaticarsi per mantenere la rotta. Il suo errore è stato semmai la mancata comprensione delle differenti funzioni e della pari dignità dei due cavalli. Il cavallo bianco, in quanto immagine della Ragione, viene contrapposta al cavallo nero, che rappresenta gli appetiti dei sensi e le credenze comuni e non ragionate. Ma questo era un errore diffuso tra gli antichi. La filosofia classica, compreso Aristotele, non comprende il significato positivo degli stati affettivi. Per essa gli stati emotivi sono semplicemente errori che sviano il retto giudizio condotto dalla ragione. Così Eraclito (Fr. 2, Diels), Parmenide (Fr. 1, 33-37, Diels), Platone (Fed. 73a; Tim., 70°), Aristotele (Met., I, 1, 980b 26; Et. Nic., I, 13, 1102 b 15) e soprattutto gli stoici (Diog. L., VII, 1, 85-86). Vero è che nel secondo libro della Retorica Aristotele intuisce la funzione positiva delle emozioni di valutazione conoscitiva dello stato presente delle cose in rapporto ai nostri bisogni e ai nostri desideri. Ma si tratta di un momento, in un panorama in cui prevale l’intellettualismo classico. Si vede bene come il supposto antidualismo degli antichi non produca affatto una armonia per noi perduta e migliore della nostra altrettanto supposta moderna miseria. Al contrario, la concezione monistica degli antichi finisce per generare un completo misconoscimento della parte più umana della vita interiore: gli affetti. Di ciò bene se ne accorse Sant’Agostino (De Civ. Dei, XIV, 9) criticando l’ideale stoico dell’uomo superiore perché privo di emozioni e di affetti, non toccato da nulla. Questo ideale, scrive Agostino, è non solo disumano, ma impossibile perché corrisponderebbe a un vero e proprio istupidimento della mente e intorpidimento del corpo.




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8 novembre 2007

Ancora ragione ed emozione

Il dibattito tra emozione e cognizione oscilla, come un pendolo, tra identificazione e opposizione dei due poli. L’identificazione è la posizione antidualistica, e spesso implica una concezione del mondo tendenzialmente armonica e una aspirazione a un fiducioso abbandono alla natura, qualunque cose essa sia. L’opposizione netta è la posizione dualistica, e altrettanto spesso conduce a una visione drammatica, se non tragica, del mondo e della natura umana. La risposta che diamo però può dipendere non solo dalle nostre inclinazioni, ma anche dalla definizione che si da di emozione e cognizione. Se cognizione è qualunque evento neurologico, comprese le percezioni sensoriali, allora tutto è cognizione, tutto è pensiero, comprese le emozioni più immediate. Se invece cognizione è solo il pensiero consapevole, analitico e proposizionale, allora la contrapposizione tra emozione e cognizione sorge più spontanea. Il classico dibattito tra Zajonc (1980, 1984) e Lazarus (1982, 1984) era anche una polemica tra diverse definizioni oltre che tra opposte visioni del mondo. Zajonc, il romantico, privilegiava la componente affettiva delle emozioni e le contrapponeva al pensiero. Lazarus, l’illuminista, sottolineava l’elemento cognitivo del sentire emotivo.

Ma l’emozione, anche nelle sue componenti cognitive, conserva sempre un elemento di opacità. Non possiamo chiedere all’emozione la chiarezza del pensiero descrittivo e consapevole. L’emozione è un segnale, un messaggio interno ed esterno a un tempo, che ci comunica il nostro stato, di soddisfazione o meno. Ma poco ci dice su che cosa non ci soddisfa, dove abbiamo fallito, dove abbiamo mancato o dove il mondo ci ha deluso. Servono altri canali, meno ambigui e muti. La paura può essere paralizzante se i nostri occhi non vedono con chiarezza chi o che cosa ci minaccia. La vergogna ci assale quando improvvisamente i nostri amici ci deridono, ma questa vergogna è mille volte più angosciosa se noi non siamo capaci di comprendere quale gaffe abbiamo compiuto. E, purtroppo, la vergogna poco ci aiuta a comprendere, anzi forse ci ostacola. Le emozioni sono opache, comunicano e nascondono, appaiono e scompaiono.

Il caso della musica ci indica la strada per comprendere la nebbiosità dell’emozione. La musica strumentale soprattutto, priva di parole. Ascoltiamo un motivo, perfino un motivo volgare, una musichetta da circo, e sappiamo di provare qualcosa. Ma che cosa, precisamente cosa, non sapremmo mai dirlo. Forse gioia, o tristezza, o entrambe. Di una cosa sola siamo sicuri: che proviamo un moto dell’anima, un’emozione. Ma perché, per quale motivo, in vista di cosa, e a causa di che, questo ci sfugge. E, anche questo ci emoziona, e ci colpisce nell’animo, e costituisce il godimento e l’insegnamento più segreti della musica. .  

Qualcuno ha cercato di spiegare questo mistero immaginando che ogni emozione proponga al contempo il suo opposto. La gioia è tristezza, la vergogna spavalderia, la colpa incoscienza. È una vecchia teoria di Richard Solomon (1980), e leggendola subito ci torna in mente Socrate in carcere, liberato dalle catene e in attesa del Messo degli Undici che gli porterà la cicuta. Disciolto dalle catene egli prova sollievo e ne discorre con i suoi amici, e nota come piacere e dolore siano fratelli incatenati, che si inseguono senza posa. E questo mi ricorda la teoria di Solomon. Così come le  teorie dell’emozione mi ricordano il cavallo nero di Platone, il cavallo ribelle all’auriga, cavallo di cui ancora parleremo.

Lazarus, R.S. (1984). On the Primacy of Cognition. American Psychologist, 39, 124-129.
Lazarus, R.S. (1982). Thoughts on the Relations Between Emotion and Cognition. American Psychologist, 37, 1019-1024.
Solomon, R. (1980). The opponent-process theory of acquired motivation: The costs of pleasure and the benefits of pain. American Psychologist, 35, 691-712.
Zanjonc, R.B. (1980). Feeling and Thinking. American Psychologist, 35, 151-175.
Zajonc, R.B. (1984). On the Primacy of Affect. American Psychologist, 39, 117-123.




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5 novembre 2007

Da Seneca ad Agostino

Ad aprile parlerò a Genova a un convegno di psicologia. Pubblico qui il sunto del mio intervento, che dovrebbe essere di qualche interesse per chi ha la pazienza di seguirmi. In seguito pubblicherò l'intero mio intervento. Scusate l'inevitabile ineleganza del gergo tecnico.

L’integrazione cognitiva delle emozioni nel paziente difficile: dal modello senechiano a quello agostiniano in terapia cognitiva.

 

Il modello classico della terapia cognitiva prevedeva che la cura dei disturbi psicologici avvenisse attraverso la critica razionale degli stati mentali cosiddetti distorti. Questo modello terapeutico è stato talvolta denominato stoico (Mancini, 1998). Infatti già Seneca aveva notato che “ad opinionem dolemus”: le nostre sofferenze dipendono dai nostri pensieri (Lettere a Lucilio). In terapia cognitiva il paziente, come un saggio stoico, doveva diventare capace di provare solo emozioni ragionevoli: preoccuparsi solo delle cose che sono controllabili e rimediabili, desiderare solo ciò che è plausibilmente ottenibile, e imparare a sopportare i mali e le sofferenze inevitabili. Il paziente guarisce diventando “un dio mortale” (Seneca, Lettere a Lucilio). In seguito, la riflessione sulla fenomenologia delle emozioni, sui processi di integrazione e di padroneggiamento metacognitivo degli stati affettivi, e sulla dinamica dei processi deliberativi hanno complicato il quadro. I paradigmi cognitivi più recenti, pensati per la cura del paziente cosiddetto difficile, cercano di creare nel paziente una maggiore e più realistica consapevolezza dei suoi stati emotivi e del loro grado di controllabilità volontaria. Al dio mortale stoico di Seneca si sostituisce l’individuo umano, immerso nella realtà emotiva della vita quotidiana e capace di sottile introspezione, secondo il modello delle Confessioni di Sant’Agostino. In termini di tecnica terapeutica, questo significa prestare più attenzione agli interventi di validazione emotiva, comprensione e accettazione e di sostegno relazionale.




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31 ottobre 2007

Dualismi: emozione e ragione

La natura delle emozioni è un altro dei luoghi intorno al quale si tormenta il pensiero dell’occidente. Sospeso tra il desiderio monastico di ridurre la mente ad un unico principio (principio ora ritenuto del tutto razionalistico, rappresentabile con chiarezza di regole e di procedure e ragionevolmente comunicabile, oppure impulsivo e irrazionalistico, ridotto a istinto o pura volontà cieca e priva non solo di giustificazioni, ma di aspirazione a giustificarsi) e il fascino del dualismo, del conflitto ora tragico ora dialettico tra opposti principi, la concezione occidentale dell’anima e della mente è stato ora attratta, ora respinta dagli stati emotivi.

Gli stati emotivi non sono inconsci, e per questo non sono riducibili agli impulsi freudiani. E tuttavia non condividono nemmeno la chiarezza solare del pensiero computazionale, o razionale che dir si voglia. In una emozione solo il prodotto finale, l’estuario emerge alla coscienza. Talvolta anche l’origine di una emozione è chiara alla nostra consapevolezza. Ma mai il processo, quello non è mai distinto. Il processo di elaborazione di una emozione non è mai un sentiero dai confini nitidi, malgrado gli sforzi dei computazionalisti di ridurre l’emozione a un sottotipo di ragionamento razionale, le cui differenze qualitative con il pensiero razionale fossero solo una veste esteriore trascurabile, priva di significato.

Non è così semplice ridurre uno stato emotivo a un processo razionale. E’ vero che ogni emozione è una valutazione della realtà esterno e dello stato interno del soggetto. E, in quanto valutazione, è quindi un ragionare, un elaborare, un soppesare che deve obbedire a regole di pensiero. Ma queste regole sono logiche, o di diversa natura? E anche se fossero razionali, che dire del fatto che lo stato emotivo si presenta alla coscienza come prodotto fatto e finito, mentre il processo elaborativo rimane oscuro, almeno in prima battuta?

L’emozione è un pensiero, ma non del tutto. È un prodotto ibrido, razionale e percettivo, mentale e corporeo. Essa non si presenta mai come qualcosa che scegliamo deliberatamente di sviluppare e analizzare, ma come un fatto, quasi un ente che si presenta alla coscienza, e che è ad essa compresente. Non un suo prodotto, ma un ospite inquietante.

Ogni emozione, inoltre, appare come disintegrata. Le emozioni, almeno apparentemente, a differenza dei pensieri, sono poco concatenate tra loro. Legate al presente, al qui ed ora, esse svolgono al funzione di ricordarci ciò che vogliamo ora, ciò che desideriamo ora, e cioò che temiamo ora, ciò che aborriamo ora. Non ci forniscono informazioni sui nostri piani a lungo termine, sulle nostre aspirazioni più prolungate nel tempo, sui nostri futuri, am di ciò che ne pensiamo adesso.

Molte tra i principali teorici dei disturbi di personalità (Peter Fonagy, Otto Kernberg, Marsha Linehan, Antonio Semerari) sottolineano la difficoltà di integrazione emotiva e di modulazione relazionale come una delle caratteristiche di questi disturbi. Il che è vero, ma solo parzialmente vero. Non diamo per scontato il processo di integrazione delle emozioni. Facciamo attenzione ai nostri processi di integrazione e consideriamo quanto siano in realtà “innaturali”. Poiché ogni emozione è, in sé, disintegrata.

Ci emozioniamo per qualcosa, per un desiderio e in quel momento il passato e il futuro scompaiono. Un uomo o una donna sono attratti da qualcuno, sessualmente ed emotivamente, e dimenticano, almeno per un attimo, tutti i loro impegni passati. Se cederanno, forse si pentiranno, o forse no. Ma in quel momento conta solo quel desiderio, quella intensa emozione. Emozione che è un ragionamento, na valutazione, ma non soltanto. È uno stato disintegrato, non legato con i progetti e i ricordi del soggetto.

Cosa è una emozione? L’emozione, da un punto di vista cognitivo, è una valutazione dello stato della realtà. Ma una emozione è:

   Istantanea

   Immediata

   Non esplicita e verbale, ma percettiva e corporea

   Operativa e motoria

   Globale, non dettagliata

 

Una emozione ci da una informazione su un unico parametro del qui ed ora. Essa è fondata certo su esperienze passate, ma solo su alcune. L’informazione emotiva sottolinea un’unica caratteristica della situazione. Per esempio: la paura sottolinea il pericolo. L’emozione non si presenta come discorso, ma come stati percettivi dotati di senso cognitivo. Conseguentemente essa in sé non è criticabile, maneggiabile, controllabile, integrabile. È altro dal pensiero. È un polo di un universo dualistico, platonico e cristiano.




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2 ottobre 2007

Umiltà

Sempre più bigotto. Ne scrivo qui.




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29 settembre 2007

Qualcosa di bigotto

Lo scrivo qui.




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14 settembre 2007

Tra la lunga vita e la morte

Ne scrivo qui.




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7 settembre 2007

Memorie su Adriano

Le ho scritte qui.




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4 settembre 2007

Sulla psicologia dei kamikaze

Ne scrivo qui.


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3 settembre 2007

Considerazioni sulla piromania e gli incendi di agosto

Le ho scritte qui.


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